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Giurisprudenza
mercoledì 16 dicembre 2009

Risarcibilità danno morale

Corte di Appello

Reggio Calabria

Sezione Civile

Sentenza 19 novembre 2009, n. 750

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo Italiano

CORTE DAPPELLO DI REGGIO CALABRIA

Sezione Civile

La Corte dAppello di Reggio Calabria, Sezione Civile, composto dai Sigg.ri:

dott.ssa Concettina Epifanio

Presidente,

dott. Gaetano Amato

Consigliere,

dott. Emilio Iannello

Consigliere rel.,

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 750/05 R.G. A.C., introitata per la decisione, previ gli incombenti di cui all'art. 190 c.p.c., all'udienza di precisazione delle conclusioni di giovedì 28 maggio 2009,

promossa da

S. F.,

nato a Reggio Calabria il **** (c.f. ****), elettiv.te domiciliato in Reggio Calabria, Via Battaglia, dir. Capua n. 1, presso lo studio dell'Avv. Maria Grazia Calipari, che lo rappresenta e difende giusta procura a margine dellatto di appello,

appellante,

contro

Firs Ass.ni s.p.a. in l.c.a., ,

in persona del Commissario Liquidatore Prof. Avv. Ludovico Pazzaglia elettiv.te domiciliata in Reggio Calabria, Via D. Marvasi, 12/b, presso lo studio dell'Avv. Giovanni Zindato, che la rappresenta e difende giusta procura a margine della comparsa di costituzione,

appellata,

e contro

Assitalia – Le Assicurazioni dItalia S.p.a.

e

G. T.,

appellati contumaci.

oggetto: Risarcimento danni da sinistro stradale – Appello avverso sentenza del Tribunale di Reggio Calabria n. 1335/04 del 4 ottobre 2004.

Conclusioni dei procuratori delle parti

I procuratori hanno precisato le conclusioni riportandosi a quanto dedotto, chiesto ed eccepito nei rispettivi atti e nei verbali di causa.

Nellatto dappello il procuratore di S. F. ha formulato le seguenti conclusioni: «l) accogliere l'appello proposto e per l'effetto riformare e/o annullare la sentenza impugnata per tutte le motivazioni in narrativa esposte anche in merito alla responsabilità nella causazione del sinistro tenendosi in ogni caso conto della dichiarazione pervenuta da controparte del verificarsi del concorso di colpa; 2) determinare e quantificare le somme dovute a titolo di risarcimento dei danni per come in primo grado richiesti, oltre interessi e rivalutazione, condannando al loro ristoro i convenuti, in solido tra loro; 3) condannare i convenuti in solido tra loro al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio».

Nella comparsa di risposta il procuratore della FIRS S.p.A. in l.c.a. ha formulato le seguenti conclusioni: «l'Ecc.ma Corte voglia respingere l'appello spinto dal S. F. perché inammissibile, infondato in fatto ed in diritto condannandolo al pagamento delle spese e competenze del giudizio».

Svolgimento del processo

1. - Con atto di citazione notificato in data 3-5-8 agosto 2000, S. F. conveniva in giudizio avanti il Tribunale di Reggio Calabria la Firs Italiana di Assicurazioni S.p.A. in l.c.a., in persona del Commissario Liquidatore, nonché lAssitalia Le Assicurazioni dItalia S.p.a., quale impresa designata per il F.G.V.S., e G. T., chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del sinistro occorsogli in data 26 febbraio 1992, allorquando, mentre percorreva, a bordo del proprio ciclomotore Malaguti 50 di proprietà del padre, la via Corrado Alvaro di Villa San Giovanni con direzione Villa San Giovanni - Cannitello, all'altezza del n. 155, veniva violentemente investito dal furgone Fiat 900 targato RC 303140, di proprietà di G. T., condotto da Borgia Rocco ed assicurato con la Firs Italiana di Assicurazioni S.p.A., il quale provenendo da una strada privata, nel tentativo di immettersi in via Alvaro in direzione Villa San Giovanni, travolgeva lo scooter di esso istante che viaggiava regolarmente nella propria corsia di marcia.

2. - Costituendosi in giudizio, il Commissario liquidatore della FIRS S.p.a. resisteva alla domanda, contestando nellan e nel quantum la dedotta responsabilità.

Sebbene regolarmente citati, non si costituivano invece gli altri convenuti dei quali era pertanto dichiarata la contumacia.

3. - Allesito di istruzione documentale e testimoniale, nel corso della quale era anche espletata c.t.u. medico legale, con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale rigettava la domanda, compensando le spese.

A fondamento di tale decisione rilevava il primo giudice che, pur essendo risultata provata la piena ed esclusiva responsabilità del conducente dellautovettura nella causazione del sinistro, nondimeno il risarcimento derivante andava “ridotto fino ad essere azzerato” essendo emerso che le lesioni riscontrate "non si sarebbero determinate se … (il danneggiato) avesse utilizzato o regolarmente indossato un valido casco protettivo al momento del sinistro". “A ciò consegue –si afferma nella sentenza appellata- che, ai sensi dell'art. 1227 comma 1° c.c., i danni subìti dall'attore devono considerarsi dipendenti dalla condotta colposa del S. che non ha indossato il casco prescritto dalla legge”.

4. - Avverso tale decisione, con atto notificato in data 12-17-18 novembre 2005 proponeva appello S. F. sulla base di disarticolate censure riconducibili a tre motivi, appresso partitamente esaminati. Nel chiedere, pertanto, la riforma della sentenza appellata, insisteva per laccoglimento integrale delle domande formulate in primo grado.

Si costituiva la FIRS Ass.ni S.p.a. in l.c.a., in persona del commissario liquidatore, contestando la fondatezza dellappello sotto tutti i profili dedotti.

Non si costituivano invece, nemmeno nel presente grado, gli altri appellati, sebbene ritualmente citati.

Quindi, all'udienza collegiale del 28 maggio 2009, sulle conclusioni delle parti (in epigrafe trascritte), la causa veniva assunta in decisione, con la concessione dei termini di rito per lo scambio delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

MOTIVI DELLA DECISIONE

5. – Va preliminarmente dichiarata la contumacia degli appellati Assitalia S.p.a. e G. T., non costituitisi nemmeno nel presente grado, nonostante la rituale e tempestiva notifica nei loro confronti dellatto dappello.

6. – Con un primo motivo di censura (da pag. 3 a pag. 5, primi tre capoversi) lappellante lamenta che il primo giudice, nel giungere ad escludere del tutto ogni obbligo risarcitorio a carico del proprietario del veicolo investitore, ha omesso di considerare che levento dannoso è, comunque, pur sempre causalmente riconducibile alla condotta del conducente dello stesso, inosservante delle norme sulla circolazione stradale e segnatamente dellobbligo di dare la precedenza al motoveicolo circolante sulla strada principale nella quale il primo si stava immettendo; osserva che, così ragionando, il giudice ha fatto erronea applicazione dellart. 1227 comma primo c.c., che disciplina il caso in cui il comportamento colposo del danneggiato nella produzione dellevento non sia stato tale da interrompere il nesso di causalità tra il fatto del terzo e levento dannoso, ma abbia solo concorso nella produzione dellevento.

Con un secondo motivo lappellante deduce che erroneamente, nella specie, è stato ritenuto provato il mancato uso del casco di protezione, evidenziando che il relativo onere incombe sul danneggiante che lo opponga in via di eccezione e che nella specie tale prova non può ritenersi efficacemente offerta o desumibile dagli elementi raccolti.

Con un terzo motivo, il S. osserva che, comunque, trattandosi di condotta omissiva, non è possibile affermare come dato di assoluta certezza che un certo evento (nella specie, le lesioni) non si sarebbe verificato o si sarebbe verificato in modo differente se si fosse tenuto un certo comportamento (nella specie, luso del casco); soggiunge che anche il c.t.u. esprime in tal senso una convergente valutazione, laddove afferma (pag. 7 della relazione) che “anche con il casco protettivo possono determinarsi, a causa di violentissimi eventi, focolai contusivi cerebrali”.

Con un quarto, rileva che, comunque, allepoca del sinistro era ammesso ancora come valido luso del casco protettivo modello Jet, il quale per la sua forma e per la sua consistenza non avrebbe potuto proteggere chi lo indossava.

7. – Per evidente priorità logica conviene prendere le mosse dal secondo dei motivi sopra sintetizzati, come detto impingente il convincimento espresso dal Tribunale circa il raggiungimento della prova del mancato uso, nelloccorso, da parte del danneggiato, del casco di protezione.

A fondamento di tale convincimento si rileva in sentenza che “il teste Caminiti ha in proposito riferito: Per quanto ricordi, F. non indossava il casco tant' è che, caduto a terra ed avendo battuto la testa sul marciapiede o su un palo, non so bene perché erano vicini, era completamente esanime. Lo stesso attore, interrogato in proposito dal consulente tecnico medico-legale nel corso della visita, ha dichiarato di non essere in grado di ricordare se indossava il casco o meno. Il consulente, dal canto suo, ha motivatamente escluso che il S. indossasse il casco e lo avesse regolarmente allacciato, arrivando a concludere che le lesioni riscontrate sull'attore non si sarebbero determinate se il ricorrente avesse utilizzato o regolarmente indossato un valido casco protettivo al momento del sinistro".

Per contro, lappellante deduce linidoneità, al detto fine probatorio, sia della deposizione del teste Caminiti, in quanto incerta nel ricordo, sia della dichiarazione da lui stesso resa in sede di operazioni peritali (il trauma ben potendo giustificare il mancato ricordo del particolare in questione).

La censura è infondata.

Giova premettere al riguardo che, secondo prevalente e preferibile indirizzo, in tema di risarcimento del danno, il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell'evento dannoso (ipotesi regolata dall'art. 1227, primo comma, cod. civ.) è rilevabile d'ufficio, per cui la sua prospettazione non richiede la proposizione di un'eccezione in senso proprio, costituendo mera difesa, a differenza dell'aggravamento del danno derivante dal comportamento colposo successivo del danneggiato, previsto dal secondo comma della medesima disposizione (v. Cass., 25 settembre 2008, n. 24080; 23 gennaio 2006, n. 1213), con la conseguenza che, nel primo caso, il giudice deve proporsi d'ufficio l'indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato (sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, di quegli), e ciò nella considerazione che tale indagine sia intrinseca alla ricostruzione del fatto storico (v. Cass. 12 marzo 2004, n. 5127).

Ciò posto, legittimamente dunque il Tribunale ha tratto il convincimento positivo circa il mancato uso del casco protettivo (peraltro espressamente eccepito dalla Firs nella sua comparsa di costituzione, risultando irrilevante, per quanto detto, che questa sia intervenuta meno di venti giorni prima della prima udienza di trattazione, ossia al di là del termine ultimo previsto –per la proposizione di eccezioni non rilevabili dufficio- dallart. 180 comma secondo c.p.c. nel testo vigente anteriormente alla riforma del 2005-2006, applicabile alla fattispecie ratione temporis) dagli elementi di fatto ritualmente acquisiti al processo allesito della compiuta istruzione.

E corretto appare anche, nel merito, il ragionamento probatorio al riguardo seguito.

La dichiarazione del teste Caminiti –quale sopra testualmente riportata- appare invero chiara e circostanziata, tanto da rivelarsi sul punto pienamente conducente, non potendosi di contro assegnare alcun peso alla premessa ad essa anteposta (“per quanto ricordi …”) che, alla luce delle precise indicazioni successivamente offerte, si rivela nulla più che una mera clausola di stile, espressiva di generica prudenza, non assimilabile ad unammissione di incertezza del ricordo.

Del resto, pienamente convergenti e ampiamente argomentate sono le puntuali e specifiche valutazioni sul punto rese dal c.t.u. medico-legale, dr. Vincenzo Rindone (di per sé non fatte segno, peraltro, di nessun rilievo critico da parte dellappellante). Per quanto ovviamente sul piano logico meramente deduttive, esse giungono allaffermazione del fatto ignoto sulla base di regole di inerenza logico-scientifica assai stringenti e univoche, che legittimamente dunque concorrono ad attribuire alla deduzione piena efficacia persuasiva.

Il consulente, invero, lungi dallindicare il mancato uso del casco quale mera ipotesi o in termini anche solo probabilistici, esprime al riguardo una valutazione in termini di certezza, motivata dalla considerazione che “tanto la frattura che la lesione corticale cerebrale presentano la stessa topografia (lato) dimostrando entrambe ununica genesi e cioè limpatto diretto della regione fronto-parieto-temporale sinistra del capo … contro un corpo solido”, genesi che invece non avrebbe potuto riscontrarsi ove fosse stato utilizzato un casco pienamente protettivo.

Per completezza il consulente considera anche lipotesi che fosse stato indossato un casco modello Jet, osservando che –data lincapacità di questultimo (per dimensioni, conformazioni, qualità complessiva) ad offrire alcuna effettiva protezione- le lesioni avrebbero potuto essere identiche.

Tale valutazione aggiuntiva non inficia però la fondatezza del convincimento espresso dal giudicante circa il mancato uso di un qualsiasi casco di protezione, dovendosi le argomentazioni deduttive del consulente coordinarsi con la surriferita altra emergenza istruttoria, ossia con la dichiarazione del teste Caminiti che ha escluso che il S. indossasse un qualunque casco, e considerando che, del tutto verosimilmente, se avesse invece indossato il casco modello Jet, la circostanza avrebbe potuto essere agevolmente notata dal testimone oculare.

8. – La censura logicamente successiva (sopra illustrata in premessa come ad oggetto di un terzo motivo dappello) è palesemente infondata. La stessa sembra invero negare, a priori e in radice, lammissibilità nel sistema di responsabilità civile di una causalità omissiva secondo lo schema condizionalistico delineato dagli artt. 40 e 41 c.p., in palese contrasto con la pacifica acquisizione dottrinale e giurisprudenziale che, al contrario, da sempre le riconoscono piena cittadinanza, secondo criteri –anzi- anche più elastici di quelli invece accettati in ambito penale (v. e pluribus da ultimo, per lampiezza delle argomentazioni, Cass. 16 ottobre 2007, n. 21619; Cass., sez. un., 11 gennaio 2008, n. 576; Cass., 5 maggio 2009, n. 10285; 11 maggio 2009, n. 10741): contrasto peraltro del tutto immotivato, talché non mette conto ulteriormente occuparsene, tanto più in un caso quale quello di specie in cui il giudizio positivo circa la sussistenza del nesso causale tra condotta omissiva ed evento è espresso dal consulente tecnico -come detto- in termini ben più che probabilistici.

In proposito occorre peraltro rimarcare che è inesatta laffermazione dellappellante secondo cui anche il consulente avrebbe espresso dei dubbi sulla sussistenza di un nesso causale tra il mancato uso del casco e levento, avendo egli precisato (pag. 7 della relazione) che “anche con il casco protettivo possono determinarsi, a causa di violentissimi eventi, focolai contusivi cerebrali”. Linciso è, infatti, infedelmente estrapolato da un più lungo periodo che afferma esattamente il contrario. Rileva, infatti, il consulente che “anche con il casco protettivo possono determinarsi, a causa di violentissimi eventi, focolai contusivi cerebrali ma solo con meccanismo di contraccolpo e generalmente dal lato opposto a quello dellurto, attutito nel punto dellimpatto dal casco che protegge dallazione diretta, penetrante o affossante …”: trattasi dunque di argomento che, lungi dal contraddirlo, concorre a rafforzare il convincimento espresso dallausiliare circa il mancato uso del casco e la sua incidenza causale sulle lesioni riportate.

9. – Inammissibile e comunque infondato è poi il quarto motivo, con il quale –come detto- il S. sembra voler trarre argomenti di critica dal fatto che, allepoca del sinistro, era ammesso ancora luso del casco protettivo modello Jet.

Inammissibile nella misura in cui non è spiegato in che senso tale considerazione dovrebbe palesare un vizio nella motivazione della sentenza impugnata, considerato che in essa sono espressamente giudicate irrilevanti dette considerazioni per non avere parte attrice “mai dedotto di aver utilizzato tale modello di casco”.

Ove possa ipotizzarsi che largomento sia inteso a contestare la sussistenza di un profilo di colpa da parte del danneggiato per il mancato uso del casco (come se si volesse sostenere, cioè, che, quandanche fosse stato rispettato lobbligo imposto dalla disciplina allora vigente, ciò avrebbe potuto farsi con luso di un casco che non garantiva alcuna protezione), al di là di ogni considerazione sulla fondatezza di una tale affermazione, è sufficiente osservare che, trattandosi anche di regola di comune prudenza e diligenza, la sua sostanziale inosservanza (coincida o meno con linosservanza anche di una norma specifica posta dalla disciplina della circolazione) resterebbe comunque rilevante sotto il profilo in discorso.

10. – È invece fondato il primo motivo di appello, impingente un passaggio logico successivo a quelli prima esaminati e segnatamente la valutazione del grado di incidenza causale dellaccertato mancato uso del casco di protezione sullevento dannoso: valutazione come detto spinta dal primo giudice allestremo di attribuirvi efficienza causale unica e di escludere, conseguentemente, ogni responsabilità in capo al conducente dellautoveicolo investitore cui pure, a chiare lettere, in motivazione, era stata ascritta lesclusiva responsabilità nella causazione del sinistro stradale.

Giova in proposito premettere che lesclusiva responsabilità del conducente del furgone Fiat 900 nella causazione del sinistro è in sentenza motivata in termini del tutto condivisibili in quanto correttamente desunta dallistruzione condotta. Ancorchè tale accertamento non possa ritenersi coperto da giudicato (stante la statuizione di rigetto comunque esitata, sia pure per altri motivi), va nondimento rilevato che lappellata, costituendosi, non ha riproposto sul punto le eccezioni in precedenza svolte (muovendo generiche contestazioni solo in comparsa conclusionale, del tutto tardivamente).

Non può invece essere condiviso il giudizio come detto espresso di insussistenza della dedotta responsabilità dei convenuti in ragione della ritenuta assorbente incidenza causale dellaccertato mancato uso del casco di protezione da parte dellattore.

Tale valutazione –seppur trova non pochi precedenti nella giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Roma, 23.3.2006 in Resp. Civ. Prev. 2007, 3, p. 605; Pret. Milano 23.1.1991, in Foro it., 1991, 258; Trib. Massa Carrara 21.7.1991, in Arc. giur. circ. sin. strad., 1992, 926; Trib. Como 9.1.95, in Riv. giur. circ. trasp., 1995, 536; Pret. Torino 30.10.1995, in Arc. giur. circ. sin. strad., 1996, 34, Trib. Roma 4.4.1996, F. c. R., inedita; Trib. Roma 8.10.1996, C. c. A., inedita) – è da ritenere infatti incoerente con i principi che presiedono all'accertamento del nesso di causalità nell'ambito del giudizio di responsabilità aquiliana.

Secondo ricostruzione ben presente nella giurisprudenza della Cassazione, tali principi ruotano attorno alla distinzione tra una c.d. casualità materiale (o naturale o di fatto) e una causalità giuridica: formule di sintesi che designano regole di giudizio distinte cui fanno riscontro esigenze pratiche differenti.

La regola della causalità di fatto è preposta ad accertare la sussistenza del nesso casuale tra una condotta colpevole (nell'ambito della responsabilità per colpa) o una situazione di rischio (nell'ambito della responsabilità oggettiva) e un evento lesivo idoneo a generare un vincolo di responsabilità; la regola della causalità giuridica concerne incece l'accertamento del legame causale tra l'evento lesivo fonte del vincolo di responsabilità e le ulteriori conseguenze pregiudizievoli che da esso scaturiscono.

Le esigenze sottostanti sono completamente differenti, posto che la prima relazione causale deve essere istituita al fine di individuare la sfera giuridica cui ascrivere la responsabilità di un dato evento dannoso, mentre la seconda relazione deve essere istituita allo scopo di selezionare quelle (tra le innumerevoli e potenzialmente infinite) conseguenze dannose dell'evento lesivo il cui costo deve essere posto a carico della sfera giuridica cui è ascritto il vincolo di responsabilità: la prima mira a configurare a monte una responsabilità, la seconda permette limputazione delle singole conseguenze dannose, delimitando a valle i confini di una già accertata responsabilità (v. in tal senso Cass., sez. un., 11 gennaio 2008, n. 576, n. 582, 581, 582, 584; Cass. 15 ottobre 1999, n. 11629).

I criteri che presiedono laccertamento della causalità di fatto (Haftungsbegrundende Kausalitat), alla stregua delle regole dettate dagli artt. 40 e 41 c.p., sono impostati sul principio della condizione "sine qua non" o della equivalenza, con il correttivo del criterio della "causalità efficiente" (v. Cass. 12 maggio 2003 nn. 8827 e 8828, nonché, ex multis, Cass. 8348/96 e 5923/95).

I criteri della causalità giuridica (Haftungsausfkllende Kausalitat) sono desunti invece dall'art. 1223 c.c. (richiamato dall'art. 2056 c.c., comma 1), che limita il risarcimento ai soli danni che siano conseguenza immediata e diretta dell'illecito, ma che viene inteso, secondo costante giurisprudenza (Cass. n. 89/62; 373/71; 6676/92; 1907/93; 2356/00; 5913/00), nel senso che la risarcibilità deve essere estesa ai danni mediati ed indiretti, purché costituiscano effetti normali del fatto illecito, secondo il criterio della cosiddetta regolarità causale (sul punto v. Cass. 8827/03, Cass., sez. un., sent. n. 9556/02, in tema di danno morale soggettivo sofferto dai congiunti della vittima di lesioni non mortali, che conferma le argomentazioni di Cass. 4186/98).

Tale prospettiva ermeneutica si ripercuote sulla portata dellart. 1227, che anzi sarebbe la riprova del paradigma adottato.

Mentre il primo comma presuppone la relazione comportamento del soggetto agente-evento, e disciplina lipotesi in cui il fatto del danneggiato-creditore interrompe il legame causale fra la condotta e levento, “escludendo così la totale imputabilità del fatto all'agente, e dunque limitando la responsabilità di quest'ultimo” (così testualmente in motivazione Cass. 11629/99 cit.), il secondo comma presuppone il nesso evento-danno, e contribuisce, premesso il previo accertamento della responsabilità del danneggiante, alla determinazione dellammontare del danno risarcibile, escludendo quelle conseguenze imputabili allinerzia colposa del creditore.

Orbene, per valutare il caso in esame in modo coerente allo schema descritto, occorre chiedersi se la relazione tra la colposa condotta di guida tenuta dal conducente del veicolo investitore e la lesione invocata a fondamento dellistanza di risarcimento proposta dall'attore si situi nell'alveo della causalità di fatto o nel campo della causalità giuridica, ovvero –in altre parole- se tale danno possa considerarsi come danno-evento interno alla fattispecie di responsabilità o come danno-conseguenza, in rapporto causale succedaneo al danno evento.

Occorre al riguardo tener presente che, come è stato evidenziato in dottrina, il criterio che consente di costruire il fatto, e di isolare gli eventi che rilevano quali conseguenze dannose esterne ad esso, "è lo stesso criterio che serve per stabilire la responsabilità”. In altre parole, sono eventi di danno compresi nel fatto illecito tutti quegli eventi che sono attribuiti ad un soggetto in base ad un dato titolo di responsabilità e, per quel che concerne la responsabilità per colpa, quegli eventi che il soggetto agente avrebbe dovuto evitare secondo un dato grado di diligenza.

Ora, non vi è dubbio che, nel caso di specie, la frattura cranica subìta dall'attore debba essere imputata al conducente del furgone investitore a titolo di colpa, essendo estrinsecazione del rischio di danno che la norma di prudenza da questi violata mirava a prevenire. Ne consegue, pertanto, che la relazione tra la condotta del convenuto e la lesione fisica dell'attore pone un problema di causalità di fatto e deve, dunque, essere accertata facendo applicazione dei criteri di giudizio che presiedono a questo problema.

Questa ricostruzione è implicitamente fatta propria nella stessa sentenza impugnata laddove rinviene nel mancato uso del casco di protezione una ipotesi di concorso colposo del danneggiato ex art. 1227, comma 1, c.c. (conformemente del resto alla giurisprudenza che usualmente riconduce la violazione delle norme a tutela della propria incolumità a questultima previsione).

Come detto, infatti, è opinione comune che la norma appena evocata disciplini il caso in cui la condotta del danneggiato concorra alla produzione dell'evento di danno costitutivo dell'illecito e sia attinente, pertanto, al problema della causalità di fatto, a differenza della norma contenuta nel secondo comma dello stesso articolo che si riferisce, invece, alle conseguenze dannose ulteriori di un illecito già perfezionato e concerne, dunque, il diverso aspetto della causalità giuridica.

Il fatto colposo del danneggiato si inserisce, dunque, nel nostro caso, nella prima sequenza causale che lega il fatto colposo del danneggiante al danno-evento, contribuendo quale concausa alla sua determinazione.

Si consideri a questo punto che, se ad inserirsi nella detta sequenza causale fosse stato il fatto di un terzo, il danneggiante non avrebbe potuto invocare alcuna riduzione della propria responsabilità. È noto infatti che, in virtù del principio della equivalenza delle concause, di cui è espressione lart. 2055 c.c., l'agente che abbia contribuito a cagionare l'evento non può invocare una riduzione di responsabilità per effetto della concorrenza di cause esterne preesistenti, concomitanti o simultanee, salvo che non si tratti di causa sopravvenuta da sola sufficiente a cagionare l'evento (art. 41 comma 2 c.p.): che è ipotesi che a ben vedere non realizza una vera e propria deroga al principio predetto, ma ne esclude a monte loperatività per non essere il danno-evento causalmente collegabile al primo fatto della serie.

È invece proprio lart. 1227 comma 1 c.c. che pone lunica vera deroga al principio di equivalenza causale, per l'ipotesi in cui alla produzione dell'evento abbia contribuito il danneggiato con la propria condotta colposa: come tale essa non può però interpretarsi (anche per ragioni di carattere letterale) come idonea a consentire un radicale “azzeramento” (ovvero esclusione) della responsabilità dellautore del primo fatto dannoso, ché ciò varrebbe ad obliterare sul piano naturalistico il legame causale pur sempre esistente con questo.

Alla luce delle esposte premesse, risulta agevole comprendere lequivoco in cui è incorso il primo giudicante, che è quello di aver considerato il fatto colposo del danneggiato come fattore causale esclusivo nella determinazione del danno, laddove invece esso può considerarsi fattore solo concorrente, inidoneo da solo a determinarlo (è evidente infatti che, se non vi fosse stato il sinistro stradale, il mancato uso del casco non avrebbe di per sé potuto recare alcun danno allattore), ma piuttosto inserentesi nella sequenza causale che indubbiamente collega il fatto del conducente dellautovettura investitrice con il trauma cranico, interrompendola, ma non elidendola del tutto con la sovrapposizione di una serie causale nuova, autonoma e autosufficiente.

L'equivoco potrebbe essere stato agevolato dalla fisionomia della condotta del danneggiato, la quale dà vita ad una ipotesi concorsuale peculiare in ragione del fatto che la mancata adozione del casco (e in genere delle misure di sicurezza imposte agli autisti) non incide sulla verificazione del sinistro stradale, ma soltanto sulla produzione della lesione allintegrità fisica di uno dei conducenti ad esso conseguente.

In questo modo, la lesione all'integrità fisica della vittima del sinistro si presta ad essere, di primo acchito, catalogata tra le conseguenze dannose ulteriori di un fatto illecito autonomo preesistente rappresentato dalla collisione materiale tra gli autoveicoli (e ad essere quindi ricondotta alla previsione di cui al secondo comma dellart. 1227 c.c. che, per le ragioni dette, accetta invece concettualmente che il fatto colposo del danneggiato possa condurre ad escludere del tutto dal risarcimento le conseguenze dannose ad esso riconducibili).

Lequivoco tuttavia è destinato a cadere una volta che quella lesione sia ricondotta –come deve- all'interno della struttura del fatto illecito contestato al convenuto, il quale non è costituito dalla sola collisione e/o dalla inosservanza delle regole del codice stradale (che in sé e per sé, se non seguita, appunto, da alcun danno, non sarebbe fonte di alcuna responsabilità civile) ma da tale fatto in quanto causa di danno alla persona, che come tale costituisce dunque elemento perfettivo della fattispecie fonte di responsabilità.

Occorrendo, pertanto, procedere solo ad una ponderazione dellefficienza causale ascrivibile alluna e allaltra delle concause, reputa questa Corte che, alla luce delle segnalate emergenze della consulenza tecnica dufficio, questa debba condurre a riconoscere ad entrambe un contributo causale di pari importanza e, quindi, alla riduzione dellobbligo risarcitorio in capo al conducente dellautovettura nella misura del 50%. La violazione degli obblighi di diligenza imposti ad entrambi i soggetti coinvolti e, sul piano fattuale, lefficienza causale delluna e dellaltra condotta non possono ritenersi preponderanti luna rispetto allaltra, essendo levento verificatosi direttamente riconducibile, in pari misura, a ciascuno di essi e, per converso, entrambi gli obblighi imposti proprio al fine di prevenire simili conseguenze.

Entro la detta misura percentuale va pertanto affermata la responsabilità del conducente dellautovettura e, con essa, ex art. 2054 c.c., della proprietaria dellautovettura e, ex art. 18 legge 24 dicembre 1969, n. 990 (ora art. 144 D. Lgs. 7 settembre 2005, n. 209), della convenuta compagnia assicuratrice.

11. – Venendo quindi ai danni alla persona di cui è chiesto il risarcimento, e segnatamente a quelli a contenuto non patrimoniale (danno biologico, danno morale), al fine di illustrare i princìpi e i criteri cui –per la loro riconoscibilità e quantificazione- si atterrà questa Corte, si rende necessario fare una non breve premessa volta a fare il punto (ed a prendere posizione) sui più recenti (e non del tutto lineari) sviluppi della annosa evoluzione giurisprudenziale in materia.

Il più importante e recente approdo ricostruttivo è, comè noto, rappresentato dalle quattro sentenze c.d. gemelle delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione depositate in data 11 novembre 2008 (sentt. nn. 26972 - 26975), che hanno portato a compimento –in termini per molti aspetti innovativi- una notevole opera di rivisitazione di vecchie e nuove categorie iniziata dalla Cassazione nel 2003.

11.1. – La precedente impostazione. Per comprenderne appieno la portata conviene partire da tale data, brevemente ricordando che, prima del 2003, la giurisprudenza in assoluta prevalenza si basava, nella liquidazione del danno alla persona, sulla consolidata e tralaticia tripartizione tra danno patrimoniale (sempre risarcibile ai sensi dellart. 2043 c.c.), danno morale puro o soggettivo (restrittivamente inteso come transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima, c.d. patema d'animo, e risarcibile nei limiti dettati dallart. 2059 c.c., ossia “nei soli casi previsti dalla legge” a loro volta restrittivamente riferiti alla previsione di cui allart. 185 c.p. e quindi a fattispecie di danno penalmente rilevanti, da accertarsi in concreto, non sulla base di mere presunzioni) e danno biologico (che, proprio alla scopo di sottrarlo alla strettoia dellart. 2059 c.c., nella giurisprudenza di merito prima, a partire dagli anni 70, e in quella di legittimità, poi, a partire dagli anni 80, venne configurato come un tertium genus di danno, né patrimoniale, né non patrimoniale, sempre risarcibile –quale danno evento secondo la nota ricostruzione di C.Cost. 184/1986- in forza dellart. 2043 c.c. che si assumeva riferibile non ai soli danni patrimoniali ma ad una più ampia categoria di danno ingiusto).

11.2. – Le sentenze del 2003. I tasselli di tale costruzione (monolitica e quasi secolare nella restrittiva interpretazione dellart. 2059 c.c., che ne rappresentava il pilastro portante) cominciano a venir meno con le sentenze di Cass. 12 maggio 2003, nn. 7281, 7282, 7283 le quali, superando il primo dei suddetti assiomi tradizionalmente ricondotti all'art. 2059 c.c. (ovvero che la risarcibilità di un siffatto danno postuli il positivo accertamento della colpa del danneggiante), riconoscevano la risarcibilità del danno morale ogniqualvolta fosse ravvisabile in astratto una fattispecie di reato, pur nei casi di colpa presunta e non accertata in concreto civilisticamente.

Le successive sentenze sempre della III Sez. Civ. n. 8827 e 8828 del 31 maggio 2003 –compiendo un passaggio dalla portata storica ancor più dirompente (pochissimo tempo dopo esplicitamente avallato da Corte Cost. 11 luglio 2003, n. 233)- hanno poi svincolato la portata applicativa dell'art. 2059 c.c. dal restrittivo riferimento al "danno morale soggettivo" per ricomprendervi invece ogni "danno non patrimoniale", definito come “danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica”.

Gli argomenti posti a fondamento di tale storico revirement sono:

a) il ruolo centrale e propulsivo da assegnarsi, nellinterpretazione delle norme codicistiche, allart. 2 Cost., che riconosce e garantisce i diritti inviolabili delluomo;

b) il cospicuo ampliamento, nella legislazione successiva al codice, dei casi di espresso riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale anche al di fuori dell'ipotesi di reato, in relazione alla compromissione di valori personali;

c) l'evoluzione della giurisprudenza, sollecitata –proprio alla luce dei nuovi valori e fondamenti etico-politici impressi allordinamento dalla Costituzione- dalla sempre più avvertita esigenza di garantire l'integrale riparazione del danno ingiustamente subito, non solo nel patrimonio inteso in senso strettamente economico, ma anche nei valori propri della persona: la Corte indicava a paradigma di tale percorso proprio la storia giurisprudenziale del danno biologico, la cui riconduzione alla previsione dellart. 2043 c.c., anziché a quella propria dellart. 2059 c.c., riconosceva frutto di un mero espediente necessitato per lappunto dalla precedente e non più sostenibile interpretazione restrittiva dellart. 2059 c.c.;

d) il riconoscimento già acquisito della risarcibilità del danno non patrimoniale anche in favore delle persone giuridiche, evidentemente inteso in senso diverso dal danno morale soggettivo.

Tolto il coperchio al “vaso di Pandora” dellart. 2059 c.c. si poneva però la necessità di meglio definire oggetto e presupposti di risarcibilità del danno non patrimoniale.

Sotto tale ultimo cruciale aspetto (i presupposti) le sentenze del 2003 hanno escluso che il limite di risarcibilità posto dalla detta norma, mediante la riserva di legge, possa essere correlato alla previsione di cui all'art. 185 c.p. ogni qual volta vengano in considerazione valori della persona costituzionalmente protetti.

Ciò anzitutto perché, in tali casi, il risarcimento costituisce la forma minima di tutela, ed una tutela minima non può tollerare detto limite; in secondo luogo, e correlativamente, perché la riserva di legge ben può e deve intendersi riferita anche alle previsioni della legge fondamentale "atteso che il riconoscimento nella Costituzione dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica, implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale".

Sotto il primo aspetto (loggetto), già allora si profilava la questione se il danno non patrimoniale fosse da considerare una categoria unica (potendosi semmai discutere di diversi tipi dello stesso danno non patrimoniale, tanti quanto sono i valori della persona che siano lesi dal fatto antigiuridico) o se fossero distinguibili diverse “categorie” di danno non patrimoniale.

La questione assumeva particolare rilievo per lemergenza nel panorama dottrinale e giurisprudenziale della controversa figura del c.d. danno esistenziale, inteso come danno non patrimoniale distinto dal danno biologico, in assenza di lesione dell'integrità psico-fisica, e dal c.d. danno morale soggettivo, in quanto non attinente alla sfera interiore del sentire, ma alla sfera del fare areddituale del soggetto.

La risposta fu nel primo senso, “non sembrando proficuo –spiegava la Corte- ritagliare all'interno di tale generale categoria specifiche figure di danno, etichettandole in vario modo: ciò che rileva, ai fini dell'ammissione a risarcimento, in riferimento all'art. 2059 c.c., è l'ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, dal quale conseguano pregiudizi non suscettivi di valutazione economica”.

Si precisava, tuttavia, con riferimento al danno da lesione del rapporto parentale (considerato lesivo dellinteresse costituzionalmente protetto allintangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost.) che lo stesso era “ontologicamente diverso”, non solo dal danno biologico (nel quale si lamenta la lesione del bene salute tutelato dallart. 32 Cost.) ma anche dal danno morale soggettivo contingente (nel quale si lamenta la lesione all'integrità morale, tutelato dall'art. 2 Cost.) e “può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest'ultimo, senza che possa ravvisarsi una duplicazione di risarcimento” (§ 3.1.10), avvertendo tuttavia che in tal caso il quantum per il danno morale puro dovesse essere contenuto, stante la «sua più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta» e l'opportunità di un "giusto equilibrio fra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento".

Da allora, dunque, abbandonata la vecchia tripartizione, le categorie del danno risarcibile erano ricondotte ad un sistema bipolare, ben più coerente con limpianto codicistico: da un lato, il danno patrimoniale (danno emergente, lucro cessante); dallaltro, il danno non patrimoniale (nel quale erano destinate a confluire diverse figure di danno, quali il danno biologico, il danno da soppressione parentale, il danno morale in senso stretto, il danno esistenziale).

11.3. – Le sentenze gemelle delle Sezioni Unite del 2008. In tale contesto intervengono le Sezioni Unite con le sentenze c.d. di San Martino del 2008 (dovute peraltro allo stesso estensore della sentenza n. 8828 del 2003).

Chiamate a pronunciarsi sulla questione, oggetto di contrastanti orientamenti tra le sezioni semplici della Suprema Corte, della configurabilità o meno del c.d. danno esistenziale come categoria di danno non patrimoniale distinta dal danno biologico e dal danno morale e su altri connessi quesiti, le Sezioni Unite vi danno una risposta negativa (almeno su di un piano concettuale, non pienamente negativa, invece, se si guarda alla sostanza) sulla base di una ricostruzione organica della figura del danno non patrimoniale dichiaratamente intesa a “completare” (§ 2.2) lopera avviata dalle sentenze del 2003 e puntellata da diversi postulati ed affermazioni di principio che conviene ripercorrere, in una sintesi ragionata, per quanto interessa ai fini del presente giudizio.

11.3.1. - Nozione di danno non patrimoniale e struttura del fatto illecito extracontrattuale (§§ 2.3 e 2.8). Confermata la definizione del danno non patrimoniale come «danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica», la Corte evidenzia che la sua risarcibilità richiede due presupposti:

a) che si tratti di danno prodotto da un fatto illecito;

b) che si versi in uno dei «casi determinati dalla legge».

Quanto al primo, si rimarca che, non delineando lart. 2059 c.c. una distinta fattispecie di illecito civile, la sua individuazione riposa pur sempre sulla norma generale di cui allart. 2043 c.c. o sulle norme che prevedono ipotesi di responsabilità oggettiva. Elementi costitutivi saranno pertanto:

i) la condotta colpevole (nell'ambito della responsabilità per colpa) o una situazione di rischio (nell'ambito della responsabilità oggettiva);

ii) la lesione, non giustificata, di interessi meritevoli di tutela (evento lesivo);

iii) il nesso causale tra il primo ed il secondo elemento;

iv) il danno che consegue alla lesione dellinteresse meritevole di tutela (danno conseguenza).

Il danno non patrimoniale si colloca in questultima casella dello schema, rappresentando un danno conseguenza (esplicitamente in tal senso v. § 4.10), risarcibile (nei casi determinati dalla legge) in presenza di una fattispecie connotata dai tre elementi predetti (condotta colposa o cosa o fatto potenzialmente pericoloso – nesso causale – evento lesivo). Si ricordi in proposito che, come efficacemente rimarcato da Cass. sez. un. 11 gennaio 2008 n. 576, «il "danno" rileva … sotto due profili diversi: come evento lesivo e come insieme di conseguenze risarcibili, retto il primo dalla causalità materiale ed il secondo da quella giuridica. Il danno oggetto dell'obbligazione risarcitoria aquiliana è … esclusivamente il danno conseguenza del fatto lesivo (di cui è un elemento l'evento lesivo). Se sussiste solo il fatto lesivo, ma non vi è un danno-conseguenza, non vi è l'obbligazione risarcitoria».

Nellevento lesivo, invece, si apprezza –sottolineano le “sentenze gemelle” delle SS.UU. nel 2008- il discrimine della differente risarcibilità del danno non patrimoniale rispetto a quella del danno patrimoniale. Il risarcimento del danno patrimoniale da fatto illecito è, infatti, connotato da atipicità, atteso che l'ingiustizia del danno di cui all'art. 2043 c.c. può essere determinata dalla lesione di qualsiasi interesse giuridicamente rilevante (Cass. n. 500/1999), mentre quello del danno non patrimoniale è connotato da tipicità, perché tale danno è risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi in cui sia cagionato da un evento di danno consistente nella lesione di specifici diritti inviolabili della persona.

11.3.2. - I casi determinati dalla legge (§§ 2.4 – 2.7, 2.9). Laltro presupposto della risarcibilità del danno non patrimoniale si ricava –dice la Corte- “dall'individuazione delle norme che prevedono siffatta tutela”.

Le Sezioni Unite indicano tre fonti:

a) lart. 185 c.p. che prevede la risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente a reato;

b) altri casi espressamente previsti da norme di legge (L. n. 117 del 1998, art. 2: danni derivanti dalla privazione della libertà personale cagionati dall'esercizio di funzioni giudiziarie; L. n. 675 del 1996, art. 29, comma 9: impiego di modalità illecite nella raccolta di dati personali; D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 44, comma 7: adozione di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi; L. n. 89 del 2001, art. 2: mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo; ma allelenco può aggiungersi anche la L. 1 marzo 2006 n. 67, art. 3, comma 2, che, in fattispecie di discriminazioni operate in pregiudizio delle persone con disabilità, attribuisce al giudice il potere di liquidare, su richiesta della parte lesa, il risarcimento del danno, anche non patrimoniale);

c) lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione, in virtù del principio della tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionali inviolabili.

In ognuno di tali casi la risarcibilità del danno non patrimoniale postula, sul piano dell'ingiustizia del danno, la selezione degli interessi dalla cui lesione consegue il danno.

Sub a) Nella prima ipotesi (art. 185 c.p.), tale selezione interviene a monte con riguardo alla fattispecie produttiva di danno ed è implicita nella tipizzazione del fatto reato (condotta-nesso causale-evento) operata dalla norma penale; a valle pertanto, in tal caso, sarà risarcibile il danno non patrimoniale «nella sua più ampia accezione di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica»: non soltanto, dunque, quello conseguente alla lesione di diritti costituzionalmente inviolabili, come il danno alla salute, ma anche quello conseguente alla lesione di interessi inerenti la persona non presidiati da siffatti diritti, ma meritevoli di tutela in base all'ordinamento (secondo il criterio dell'ingiustizia ex art. 2043 c.c.) e come tali tutelati proprio dalla norma incriminatrice. Viene conseguentemente esplicitamente abbandonato il tralaticio insegnamento che collegava a tale previsione il fondamento della risarcibilità del solo c.d. danno morale soggettivo transeunte, in quanto privo di alcun supporto testuale ed anche inidoneo ad assicurare unadeguata tutela “poiché la sofferenza morale cagionata dal reato non è necessariamente transeunte”.

Sub b) Analogamente nella seconda ipotesi (casi determinati dalla legge) la selezione degli interessi è già compiuta dal legislatore. Nota al riguardo la Corte che, nei casi attualmente previsti e sopra passati in rassegna, il risarcimento è collegato alla lesione di diritti inviolabili della persona (alla libertà personale, alla riservatezza, a non subire discriminazioni), ma nulla vieterebbe al legislatore di ampliare il catalogo dei casi determinati dalla legge ordinaria prevedendo la tutela risarcitoria non patrimoniale anche in relazione ad interessi inerenti la persona non aventi il rango costituzionale di diritti inviolabili.

Sub c) Nella terza ipotesi la selezione dellinteresse avviene al livello normativo più alto, la Costituzione: deve trattarsi di (danno conseguente) alla lesione di un diritto inviolabile della persona: deve sussistere una ingiustizia costituzionalmente qualificata. La Corte avverte, però, che il «catalogo dei casi» di diritti inviolabili non deve ritenersi un numero chiuso, sul presupposto, generalmente condiviso, che lart. 2 sia norma aperta.

11.3.3. - La descrizione del danno non patrimoniale. Unicità della categoria e varietà di tipi. (§ 2.13). Concentrando lattenzione sullubi consistam del danno non patrimoniale, la Corte non si distacca dalla nozione già posta di “danno derivante dalla lesione di valori inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica” e nega a chiare lettere che nell'ambito della categoria generale "danno non patrimoniale" così definita possano distinguersi delle sottocategorie, affermando che piuttosto “si concretizzano soltanto specifici casi determinati dalla legge, al massimo livello costituito dalla Costituzione, di riparazione del danno non patrimoniale”.

La distinzione, dunque, secondo le Sezioni Unite:

1) può porsi non tra diverse categorie di danno non patrimoniale, ma tra diversi tipi dellunica categoria di danno (non patrimoniale);

2) non interviene a livello di danno conseguenza, ma a livello di evento lesivo;

3) ha funzione solo descrittiva.

Tale, in particolare, sarebbe da considerare la funzione della nozione di danno biologico (quale contenuta negli artt. 138 e 139 d. lgs. n. 209/2005, cod. assicurazioni, in termini –conferma la Corte- suscettivi di generale applicazione, poiché recettivi dei “risultati ormai definitivamente acquisiti di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale”), di danno da perdita del rapporto parentale, di danno morale.

Quanto al danno morale, precisa la Corte (§ 2.10) che tale locuzione “non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata. Sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno, ma solo della quantificazione del risarcimento”.

11.3.4. - Il c.d. danno esistenziale (§ 3). Per la stessa ragione la Corte passa quindi a negare autonomia concettuale alla nozione del danno esistenziale, assegnandole al più valenza descrittiva.

Afferma infatti la Corte che, posto che, secondo laccolta lettura costituzionalmente orientata dellart. 2059 c.c., la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale è data, oltre che nei casi determinati dalla legge, solo nel caso di lesione di specifici diritti inviolabili della persona, e cioè in presenza di una ingiustizia costituzionalmente qualificata, “di danno esistenziale come autonoma categoria di danno non è più dato discorrere”. Il senso dellaffermazione è, però, anche quello della inutilità di una tale figura di danno, dal momento che laccolta nuova ricostruzione del danno non patrimoniale è tendenzialmente idonea a soddisfare le esigenze di integrale tutela risarcitoria dei valori della persona costituzionalmente protetti e copre, dunque, quei vuoti di tutela cui quella figura era destinata a supplire.

Ed infatti, precisa la Corte:

a) in presenza di reato “affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (ma sarebbe meglio dire: nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile”; si tratterà in tal caso di un danno conseguenza la cui ingiustizia è attestata dalla norma penale (che di per sé marca la meritevolezza dellinteresse tutelato, dalla cui lesione discende il pregiudizio sofferto);

b) in assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona, diverso da quello allintegrità psico-fisica (ché altrimenti si parlerebbe tout court di danno alla salute); esempi ne sono: il pregiudizio, di tipo esistenziale, ma più comunemente descritto come danno da perdita del rapporto parentale, conseguente alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.) provocata dalla perdita del congiunto; il pregiudizio conseguente alla violazione dei diritti inviolabili della famiglia spettanti al coniuge del soggetto leso nella sua integrità psicofisica (ipotesi dellillecito che cagionando ad una persona coniugata l'impossibilità di rapporti sessuali è immediatamente e direttamente lesivo del diritto dell'altro coniuge a tali rapporti).

Sia nelluno che nellaltro caso, altri due requisiti sono comunque necessari, secondo la Corte, perché pregiudizi di tipo esistenziale siano risarcibili: occorre che si tratti di pregiudizi seri e gravi.

Il filtro della gravità della lesione e della serietà del danno – afferma la Corte - attua il bilanciamento tra il principio di solidarietà verso la vittima, e quello di tolleranza, con la conseguenza che il risarcimento del danno non patrimoniale è dovuto solo nel caso in cui sia superato il livello di tollerabilità ed il pregiudizio non sia futile”. Entrambi i requisiti devono essere accertati dal giudice secondo il parametro costituito dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.

11.3.5. - La quantificazione del danno. La Corte dedica quindi due paragrafi (§§ 4.8 – 4.9) al problema dellestensione (per così dire, tipologica) del danno non patrimoniale e della sua conseguente quantificazione. In tale sede torna a occuparsi in particolare del danno morale, non chiarendo del tutto le implicazioni dei propri enunciati ma anzi –come si vedrà- dando luogo a rilevanti problemi interpretativi.

Il principio guida è affermato in apertura del primo: “il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre”. La corte ribadisce che, non dovendo fuorviare il riferimento meramente descrittivo a determinati tipi di pregiudizio in vario modo denominati, “è compito del giudice accertare l'effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione”.

In punto di danno morale sono quindi isolabili le seguenti affermazioni:

Ø nell'ipotesi in cui l'illecito configuri reato, la sofferenza morale, senza ulteriori connotazioni in termini di durata, integra pregiudizio non patrimoniale risarcibile;

Ø “deve tuttavia trattarsi di sofferenza soggettiva in sé considerata, non come componente di più complesso pregiudizio non patrimoniale”: ricorre tale ultima ipotesi quando, ad es., si lamentino degenerazioni patologiche della sofferenza, nel qual caso “si rientra nell'area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente”;

Ø “determina quindi duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale nei suindicati termini inteso, sovente liquidato in percentuale (da un terzo alla metà) del primo. Esclusa la praticabilità di tale operazione, dovrà il giudice, qualora si avvalga delle note tabelle, procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza”.

Proprio su tali incisi si concentrano i maggiori problemi interpretativi e si registrano i più accesi contrasti, di tale ampiezza da dar luogo a quella che è stata definita “anarchia del dopo principio”.

Le questioni poste dalle riportate affermazioni di principio sono essenzialmente le seguenti:

- in presenza di una domanda di risarcimento per danno biologico rimane concepibile e suscettibile di separata considerazione, quanto meno al momento della liquidazione, anche una sofferenza morale del danneggiato? In altre parole, quando si domanda (e si liquida) il danno biologico, cè spazio ancora per domandare (e liquidare, sia pure imputando il tutto a danno biologico) il ristoro delle sofferenze morali?

- occorrendo evitare duplicazioni, esiste nella nozione di danno biologico (quale ormai anche normativamente acquisita) e nei correlati criteri liquidatori comunemente accettati, una parte riferibile al dolore e alla sofferenza morale in sé considerata? Per converso, quale parte di tale ultimo (tipo di) pregiudizio deve considerarsi necessariamente ricompresa nel danno biologico, tale per cui la sua liquidazione in funzione personalizzante del complessivo “danno non patrimoniale da lesione della salute” possa dar luogo a non consentita duplicazione (ossia alla liquidazione dello stesso tipo di danno una prima volta con la liquidazione base del danno biologico, una seconda volta con la aggiuntiva percentuale o frazione personalizzante in funzione di ristoro della sofferenza morale)?

11.3.5.1. - Al primo quesito deve darsi risposta certamente affermativa.

Occorre al riguardo considerare, anzitutto, che una diversa interpretazione del dictum del supremo consesso (che postuli la negazione della tutela delle sofferenze morali perché in thesi già compresa nel risarcimento del danno biologico) lo porrebbe in netto contrasto con diversi indici normativi i quali dimostrano che, per il legislatore, il danno da invalidità non comprende necessariamente quello da dolore [così, lart. 29 l. 18 dicembre 1984, n. 976, nel disciplinare la responsabilità del vettore ferroviario nei trasporti internazionali, demanda ai singoli ordinamenti degli Stati firmatari di stabilire «se ed in quale misura la ferrovia è tenuta a corrispondere risarcimenti (…) dei danni morali, fisici (pretium doloris) ed estetici». Analogamente, lart. 4, comma 4, lettera (g), del d.m. 2 marzo 2006, n. 145, nel disciplinare lofferta di servizi aggiuntivi da parte dei gestori telefonici, stabilisce che le informazioni o prestazioni fornite tramite tali servizi non debbono arrecare «danno morale, fisico o economico». Vi è poi lart. 6, comma 1, l. 3 agosto 2004, n. 206, il quale nel prevedere speciali elargizioni in favore delle vittime di terrorismo già titolari di pensione di invalidità, stabilisce che la misura percentuale dellinvalidità debba essere rivalutata per tenere conto «del riconoscimento del danno biologico e morale». E la distinzione tra danno biologico e morale è ribadita dal regolamento di attuazione della legge testé ricordata (d.p.c.m. 27 luglio 2007), il cui § 9 stabilisce che lart. 6 l. n. 206/2004 va interpretato nel senso che la valutazione del danno deve avvenire in base alla «condizione globale della salute della vittima del terrorismo, nei suoi aspetti fisici, psichici e morali che abbiano riflesso permanente sulla capacità lavorativa». Vi è, infine, il d.P.R. 3 marzo 2009, n. 37, il quale nellestendere alle vittime di danni causati da uranio impoverito le misure previste per le vittime del terrorismo, ha previsto che il relativo indennizzo sia determinato sommando il grado percentuale di invalidità biologica e quello di “danno morale”, determinato in misura percentuale rispetto al primo].

Linterpretazione “riduzionista” è, peraltro, apertamente smentita da diverse pronunce della Cassazione (terza sezione civile) - che è duopo, anche queste, sottoporre ad analitica rassegna - intervenute successivamente a quelle delle sezioni unite e che pure vi fanno spesso esplicito richiamo.

- Cass., sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29191, in Resp. civ. e prev. 2009, 4, 814, ha infatti affermato il principio secondo cui «nella valutazione del danno morale contestuale alla lesione del diritto della salute –nel caso esaminato trattandosi di lesioni gravissime, invalidanti nella misura del 62%-, la valutazione di tale voce, dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto, che pure attiene ad un diritto inviolabile della persona (la sua integrità morale: art. 2 della Costituzione in relazione allo art. 1 della Carta di Nizza, che il Trattato di Lisbona, ratificato dall'Italia con L. 2 agosto 2008, n. 190, collocando la Dignità umana come la massima espressione della sua integrità morale e biologica) deve tener conto delle condizioni soggettive della persona umana e della gravità del fatto, senza che possa considerarsi il valore della integrità morale una quota minore del danno alla salute». La Corte evidentemente afferma, in tal caso, non solo lautonomia ontologica del danno morale, ma anche la sua autonomia risarcitoria, non vincolata per il danno morale ad una percentuale tabellare del biologico, ma valutata equitativamente dal giudice in base al suo prudente e circostanziato apprezzamento.

- Cass. sez. III, 13 gennaio 2009, n. 479, ha affermato il principio per cui «la parte che ha subìto lesioni gravi alla salute nel corso di un incidente stradale, ha diritto al risarcimento integrale del danno ingiusto non patrimoniale (nella specie dedotto come danno morale), che deve essere equitativamente valutato tenendo conto delle condizioni soggettive della vittima, della entità delle lesioni e delle altre circostanze che attengono alla valutazione della condotta dello autore del danno».

- Cass., sez. III, 20 maggio 2009, n. 11701, intervenuta con riferimento ad un caso di micropermanente del 2%, ha affermato che i «danni morali consequenziali restano estranei alla definizione complessa del danno biologico».

- Cass., Sez. III, 11 giugno 2009, n. 13530, in relazione ad un fatto illecito costituente anche fatto reato continuato per atti di libidine in danno di minore, ha affermato due principi esplicitamente posti in continuità con le affermazioni delle sezioni unite e assai utili ai fini di una corretta interpretazione dei dicta di queste ultime.

Da un lato ha infatti affermato che «nel caso (di) fatti umani delittuosi, compiuti a fini di libidine sessuale, sulla persona di una minore, di anni nove, ma capace di intendere e volere, (ove) il risarcimento sia chiesto dalla medesima unicamente sotto il profilo del danno morale e del danno biologico permanente, le poste non patrimoniali devono essere unitariamente risarcite, sulla base di una valutazione ponderale analitica compiuta dal giudice del merito, che deve considerare il diverso peso dei beni della vita compromessi: il bene della libertà e della dignità umana della minore, compromessi dagli atti di corruzione ad opera di un adulto che agiva con dolo ed in circostanze di minorata difesa, ed il bene della salute psichica, gravemente compromessa in una fase fondamentale della crescita umana e della formazione del carattere e della disponibilità al relazionarsi nella scuola e quindi nella vita sociale. La regula iuris della unitarietà del danno non patrimoniale, affida al giudice un obbligo giuridico di completa ed analitica motivazione giuridica per la ponderazione delle voci di danno giuridicamente rilevanti, tanto più quando vengono in esame varie e contestuali lesioni di diritti umani. Non può stabilirsi a priori il maggior valore del danno biologico rispetto al danno morale, proprio perché questo ultimo non è soltanto pretium doloris, ma anche la risposta satisfattiva alla lesione della dignità umana, di cui tanto si discute per l'autodeterminazione delle scelte di vita e di fine vita»

Dallaltro ha statuito che «la valutazione unitaria del danno non patrimoniale deve esprimere analiticamente l'iter logico ponderale delle poste (sinteticamente descritte e tipicizzate in relazione agli interessi o beni costituzionali del minore lesi) e non già una apodittica affermazione di procedere ad un criterio arbitrario di equità pura, non controllabile per la sua satisfattività. La posta del danno morale deve essere dunque comparata a quella del danno biologico, e non è detto a priori che il danno morale sia sempre e necessariamente una quota del danno alla salute, specie quando le lesioni attengano a beni giuridici essenzialmente diversi, tanto da essere inclusi un diverse norme della Costituzione. Al contrario … il danno morale potrà assumere il valore di un danno ingiusto più grave, in relazione all'attentato alla dignità morale del minore ed alla compromissione del suo sviluppo interrelazionale e sentimentale».

- Cass., Sez. III, 15 luglio 2009, n. 16448, (collegio presieduto dallo stesso estensore della sentenze di San Martino) pronunciando su ricorso proposto dal danneggiato che lamentava una insufficiente liquidazione del danno morale, ha affermato che «la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso lapplicazione di criteri predeterminati e standardizzati, e può essere legittimamente effettuata dal giudice sulla base delle stesse "tabelle" utilizzate per la liquidazione del danno biologico, portando, in questo caso, alla quantificazione del danno morale in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico, purché il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi "personalizzato", tenendo conto della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie … . Limpugnata sentenza, seppur ha in effetti indicato che la misura del danno morale, quantificata nel 50% del danno biologico permanente, doveva ritenersi “ampiamente satisfattiva”… ha quindi logicamente seppur sinteticamente motivato la scelta operata».

Alla luce anche dei suesposti elementi, certamente preferibile appare dunque linterpretazione (peraltro nettamente prevalente) secondo la quale, con le riferite affermazioni, le Sezioni Unite non abbiano inteso affatto stabilire che le sofferenze morali non costituiscano più un danno risarcibile, né che il ristoro di esse debba intendersi ricompreso nella liquidazione del danno biologico secondo i parametri standard utilizzati per questultimo.

Una delle cifre portanti della sentenza, ben sintetizzata in quello che sopra abbiamo chiamato principio guida, è infatti anche, se non principalmente, data dalla volontà di svincolare la risarcibilità del danno non patrimoniale dai limiti in precedenza osservati e dunque di estenderla verso tutte le sue possibili manifestazioni, nellosservanza dei limiti ricavabili dallart. 2059 c.c., interpretato alla luce della Costituzione, ed evitando possibili duplicazioni derivanti da fuorvianti etichettature nominalistiche.

Se ciò è vero, quelle affermazioni non possono essere intese nel senso che le sofferenze morali debbano scomparire nella aestimatio del danno tutte le volte che vi sia risarcimento per lesioni personali.

La “scomparsa” del danno morale ove si liquidi il danno biologico è infatti solo concettuale/nominale e non riguarda, nella sostanza, il pregiudizio rappresentato dalla sofferenza morale eventualmente derivante dalla lesione del diritto allintegrità psico-fisica.

Scompare cioè come autonoma categoria di danno, ma persiste pur sempre come pregiudizio risarcibile perché (e se) derivante dalla detta lesione. Nominalmente sarà compresa anchessa nellunica “etichetta” di “danno non patrimoniale derivante dalla lesione del diritto alla salute”, occorrendo solo vedere, ai fini della liquidazione, se rientri oppure no anche tra i pregiudizi considerati nella definizione normativa di danno biologico.

Ma, a ben vedere, nemmeno può ritenersi che detta “scomparsa nominale” (del danno morale, come tipo di pregiudizio distinto dal danno alla salute) ricorra ogni qual volta si tratti di fatto lesivo dellintegrità psico-fisica della persona. Potrebbe ben darsi infatti, come nel caso esaminato da Cass. n. 13530/09, che si tratti di fatto che, oltre a ledere il diritto inviolabile alla salute, leda al tempo stesso il diritto parimenti inviolabile alla dignità ed integrità morale della persona, cagionando un duplice evento lesivo e, dunque, realizzando –per usare le parole delle sentenze novembrine (§ 2.13)- due contestuali “casi determinati dalla legge, al massimo livello costituito dalla Costituzione, di riparazione del danno non patrimoniale”.

Si pone, dunque, la necessità di distinguere, con rilievo non solamente terminologico, a seconda che, con la locuzione “danno morale” ci si intenda riferire, caso per caso, al “tipo di danno non patrimoniale” discendente dalla lesione del diritto inviolabile alla dignità ed integrità morale della persona (art. 2 Cost.) o piuttosto alle “sofferenze morali” che costituiscono possibili manifestazioni di quello come di altro tipo di danno non patrimoniale, compreso il danno alla salute (art. 32 Cost.). La prima è una formula che attinge allevento lesivo, la seconda invece riguarda il danno conseguenza. Ed è in tale prospettiva probabilmente opportuno, per mera convenzione linguistica, riservare la formula “danno morale” (o meglio di “danno allintegrità morale”) al primo concetto e quella di “sofferenze morali” al secondo, con la conseguenza che, per esemplificare, vi potranno essere “sofferenze morali” discendenti da una “lesione dellintegrità morale” e “sofferenze morali” discendenti da una “lesione del diritto alla salute”.

È con ogni evidenza a questultimo caso che le Sezioni Unite fanno riferimento nel problematico passaggio in questione, il cui vero significato è allora da vedere nella rimarcata necessità: A) anzitutto di una attenta considerazione, caso per caso, dei pregiudizi concretamente allegati e accertati; B) di evitare che il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte: l'una come pregiudizio rientrante tra quelli considerati nella definizione normativa di danno biologico, l'altra come sofferenza morale; C) infine, e correlativamente, di evitare di procedere a detta liquidazione secondo automatismi legati alla acritica adesione a vuote categorie nominali.

11.3.5.2. - Si viene così al secondo dei quesiti posti, che può compendiarsi nella domanda se vi sono “sofferenze morali” riconducibili alla nozione di danno biologico, quale normativamente data e comunemente invalsa, e quindi liquidati secondo i criteri utilizzati per esso.

Per darvi risposta, occorre muovere dalla considerazione –pacificamente recepita in dottrina- che secondo definizioni adottate sia dallOrganizzazione Mondiale della Sanità, sia dallAssociazione internazionale per lo studio del dolore (International Association for the Study of Pain - IASP), il dolore è unesperienza sia sensoriale che emozionale, che risulta dalla fusione di una componente percettiva, detta nocicezione, la quale è una modalità sensoriale di ricezione e trasmissione di stimoli dolorosi, e di una parte esperienziale, come tale del tutto soggettiva, che è lo stato emotivo collegato alla percezione di una sensazione spiacevole. Il dolore, detto altrimenti, è un fenomeno che può avere sia una base organica, sia una base emozionale, sia tutte e due.

Occorre dunque riconoscere che con lespressione generica di “dolore” si designano due pregiudizi diversi:

(a) il dolore fisico a base organica (corrispondente al lemma latino dolor);

b) la sofferenza emotiva, sussistente a prescindere da una base organica (corrispondente al lemma latino aegritudo).

Il primo tipo di pregiudizio è tema proprio della medicina legale; vi rientrano principalmente il dolore fisico causato dalla lesione e quello causato dalle cure, nella misura in cui possono ritenersi conseguenza “normale” di quel tipo di lesione e di esso si deve tenere conto nella determinazione del grado di invalidità temporanea o permanente e risarcito attraverso la monetizzazione di queste.

Il secondo tipo di pregiudizio non è medico-legalmente obiettivabile, ed il suo accertamento così come la sua valutazione esula dalle competenze del medico legale.

Esso pertanto non può ritenersi risarcito attraverso la mera monetizzazione del grado di invalidità permanente risultante dallapplicazione del baréme.

Tra i pregiudizi del secondo tipo rientrano principalmente:

(a) lo spavento, lindignazione e/o il senso delloffesa provocato dalle modalità di inflizione della lesione (cfr. Cass. n. 479/2009 cit.);

(b) lansia e la preoccupazione causate dalle proprie condizioni di salute, ossia: il timore per la propria sorte; il timore per landamento dei propri affari; il dispiacere provato per lansietà suscitata nei propri cari;

(c) la perduta stima, considerazione o compiacimento di sé;

(d) la tristezza ed il rimpianto per il perduto benessere, la non accettazione del proprio stato.

Ora, però, costituisce assunto indimostrato e non condivisibile quello secondo cui i giudici di merito, nel liquidare in passato il “danno morale” separatamente dal danno biologico (salvo quanto appresso si dirà sui non più consentiti automatismi spesso indebitamente insiti nelle operazioni liquidatorie), abbiano sempre confuso i due piani e liquidato dunque, come danno morale, anche il primo tipo di pregiudizio (da intendere invece già compreso nel risarcimento del danno biologico).

Per converso, se si considera la nozione di danno biologico data dal codice delle assicurazioni (artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005) che qualifica il danno biologico come la "lesione temporanea o permanente all'integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un'incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di reddito", appare da escludere che le stesse e i metodi liquidatori su di esse basati possano ritenersi estesi al pregiudizio morale nel secondo senso inteso.

Tanto più tale convincimento si rafforza ove si consideri la genesi della disposizione (lart. 5 della l. 5 marzo 2001, n. 57) da cui sono poi discesi nel 2006 gli artt. 138 e 139 cod. ass.:

il d.l. 28 marzo 2000, n. 70, intervenuto sulla liquidazione delle micropermanenti in ambito RCA, distingueva nettamente fra danno biologico e danno morale, collocandoli in due diverse disposizioni;

il decreto legge non venne poi convertito, ma il dibattito per una disciplina dei danni risarcibili nei casi di sinistri stradali proseguì nei mesi successivi in Parlamento con la disamina del progetto di legge n. 7115, che allart. 5 manteneva netta la distinzione tra danno biologico e danno morale;

tuttavia, nelle ultime fasi della discussione di questo progetto di legge (seduta del 10 gennaio 2001) la disposizione sul danno morale venne stralciata per effetto dellapprovazione di un emendamento che aveva quale inequivocabile scopo quello di «sopprimere ogni limitazione alla determinazione del danno morale che forse è lunico aspetto rimesso al prudente apprezzamento del magistrato»;

il danno biologico, dunque, approdò al diritto positivo (art. 5 l. n. 57/2001) quale sotto-categoria del danno non patrimoniale normativamente distinta, per espressa volontà del Parlamento, dal danno morale;

questo modello fu poi ripreso dagli artt. 138 e 139 codice assicurazioni espressamente ai fini della redazione tabelle del danno biologico, in primis quelle medico-legali, in tutta evidenza non comprensive dei pregiudizi morali (lart. 138, comma 2, lettera a) avverte infatti: «agli effetti della tabella per danno biologico si intende …»), e senza che la legge delega autorizzasse modifiche dellassetto precedente (ossia linclusione dei pregiudizi morali nel danno biologico), cosicché non sarebbe in alcun modo corretto sostenere oggi che queste norme siano da interpretarsi nel senso di un (implicito) assorbimento del danno morale.

È dunque da ritenere che il vero e più autentico significato di pregiudizio morale sia sempre risieduto in un ambito ben distinto dalle «sofferenze fisiche e psichiche» apprezzabili a livello medico legale e che sostanzialmente ben presente sia sempre rimasta in giurisprudenza, soprattutto in seguito al consolidamento del danno biologico e partendo dalle indicazioni della medicina legale, la distinzione tra il “dolore” del corpo (e/o della psiche) e il “dolore” come vissuto intellettivo ed emotivo del soggetto (ossia, il “dolore dellanimo”).

11.3.5.3. - Ciò precisato, rimane tuttavia da vedere come, nella pratica, debbano tradursi le direttive dettate dalle Sezioni Unite, segnatamente in punto di:

a) allegazione e prova dei pregiudizi morali;

b) valutazione della loro gravità;

c) liquidazione degli stessi (ossia traduzione in termini monetari), pur nellambito dellunica e complessiva categoria di danno (nel caso in esame, dellunico danno non patrimoniale da lesione del diritto allintegrità psico-fisica).

Sub a) Sotto il primo profilo, le asserzioni della Corte valgono certamente a rimarcare lesigenza di attenersi, nella liquidazione del danno non patrimoniale, a quanto allegato e provato.

Richiamano ad uno specifico onere di allegazione e prova che effettivamente nella prassi aveva finito per scolorare e sostanzialmente azzerarsi dietro vuote formule ripetitive a loro volta autorizzate da veri e propri automatismi liquidatori.

Ciò non significa però che le stesse possano essere intese anche nel senso di rendere necessaria una prova diretta e rigorosa del tipo di pregiudizio e di limitare in tal senso il novero dei mezzi di prova esperibili. Sono le stesse Sezioni Unite sul punto a ribadire (§ 4.10) che, «attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l'unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto».

E anche tale ultima affermazione non va letta come impositiva, sempre e comunque, per qualsiasi pregiudizio, di oneri di allegazione particolarmente specifici o gravosi.

Come è stato condivisibilmente osservato, infatti, alcune generiche attività ed estrinsecazioni della personalità (come lavarsi, vestirsi, camminare, leggere, andare al cinema, ecc.), sono proprie di ogni essere umano di una certa età e sesso e possono, quindi, ritenersi precluse o limitate, in tutto o in parte, in presenza di una data menomazione psicofisica che ciò comporti in tutto o in parte, senza la necessità di uno specifico onere di allegazione e prova, attraverso il ricorso alle presunzioni ed alle «nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza» (art. 115 c.p.c.) Lonere gravante sullattore in tali casi è, pertanto, solo apparente, posto che la sussistenza della sofferenza morale potrà essere dal giudice ricavata anche solo dalla dimostrazione delle modalità dellillecito e/o che lillecito ha causato una lesione personale di quel dato tipo e con quelle date caratteristiche (v. Cass., 14 dicembre 2004, n. 23298).

Sub b) Quanto poi alla valutazione della gravità del pregiudizio, occorre muovere dalla premessa che, trattandosi appunto di sofferenza morale soggettiva ossia di una realtà immateriale ed emotiva che come tale vive in interiore homine, della quale possiamo presumere le cause e gli effetti, ma mai misurare oggettivamente lintensità, non è possibile postulare criteri obiettivi ma solo dei parametri di riferimento.

Tra questi possono indicarsi:

- in primis lentità oggettiva del danno: esiste, infatti, per lo più una correlazione diretta tra entità delle lesioni fisiche o psichiche ed entità della sofferenza morale; correlazione certo non automatica (nel senso che, ad esempio, a lesioni di entità doppia corrisponda una sofferenza di entità doppia), ma che non può essere trascurata (cfr. Cass. 2 marzo 1998, n. 2272);

- le condizioni personali della vittima: non nel senso di una impossibile ricerca del grado di sopportazione delle privazioni e delle avversità variabile da soggetto a soggetto ma, quanto meno, in funzione di categorizzazioni fondate su dati oggettivi comunemente accettati (ad esempio, in funzione delletà, distinguendo se si tratta di un anziano, di un adulto o di un bambino, o delle pregresse condizioni di salute);

- le circostanze di fatto con cui si è verificato limpatto lesivo (ad es. se tali o meno da cagionare, al di là delle effettive conseguenze, un grave spavento per la propria incolumità);

- i profili soggettivi dellillecito, ossia la colpa grave o il dolo del danneggiante, la cui valorizzazione non può però essere certo in funzione di una inesistente funzione sanzionatoria del risarcimento, ma della loro intuibile incidenza sulla reazione emotiva del danneggiato.

Sub c) Per quanto infine riguarda il più complesso problema pratico della liquidazione di un tal tipo di pregiudizio, non può che muoversi dalle specifiche e puntuali indicazioni operative contenute nelle sentenze delle sezioni unite di novembre 2008 (§ 4.9), secondo cui –come detto- “determina … duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale nei suindicati termini inteso, sovente liquidato in percentuale (da un terzo alla metà) del primo” con la conseguenza che “esclusa la praticabilità di tale operazione, dovrà il giudice, qualora si avvalga delle note tabelle, procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza”.

È evidente, anzitutto, che non si trae dal superiore principio alcun ostracismo nei confronti dellutilizzo del metodo del c.d. calcolo a punto per la liquidazione del danno biologico, da tempo accettato anche nella giurisprudenza di legittimità –v. Cass. 13 aprile 1995, n. 4255; v. anche Cass. 17 marzo 1999, n. 2425; 16 novembre 1998, n. 11532; 25 ottobre 1998, n. 10405; 22 giugno 2001 n. 8599-, molto diffuso soprattutto nella sua variante del c.d. punto variabile di cui alle note tabelle milanesi e peraltro anche adottato dal legislatore per la liquidazione dei danni causati da sinistri stradali e guariti con postumi pari od inferiori al 9% dallart. 5 legge 5 marzo 2001, n. 57 (ora trasfuso nellart. 139 cod. ass.).

Si trae invece lindicazione per cui, una volta liquidato il danno biologico coi criteri di legge o quelli di formazione pretoria, a seconda delle ipotesi, alla liquidazione delle sofferenze morali derivate dalla lesione del diritto alla salute occorrerà procedere considerando queste ultime, in quanto ricondotte nell'alveo del danno alla salute, come un fattore per la personalizzazione del danno alla salute.

Ciò però, per quanto sopra detto, non vuol dire che esse siano scomparse dal panorama che il giudice deve avere presente per la liquidazione del danno, né significa che il giudice non possa valutarle a parte: ché anzi deve farlo al fine di rendere una motivazione trasparente ed adeguata che rifletta il contenuto descrittivo del danno e liter logico seguito per giungere a quel determinato risultato (v. in tal senso Cass., sez. lav., 12 maggio 2006, n. 11039; v. anche, Cass. 20 ottobre 2005, n. 20320; 10 giugno 2003, n. 9626; 31 maggio 2003, n. 8827 cit.).

Ma nemmeno significa a ben vedere che, per tale operazione, il giudice non possa continuare a rapportare la liquidazione del pregiudizio in questione a quella del danno anatomo-funzionale liquidato secondo i detti metodi, in funzione di una frazione o percentuale dello stesso.

Loperazione, la cui “praticabilità” è con forza esclusa dalle Sezioni Unite, non è infatti la mera funzione aritmetica che spiega come si è giunti a monetizzare in un certo importo un dato pregiudizio siccome e per quanto accertato (operazione come tale, di per sé, neutra), ma piuttosto il mero inerte automatismo che si perpetuerebbe ove si riconoscesse sempre e comunque tale aggiuntiva frazione (per prassi da un minimo di un quarto ad un massimo di un mezzo), “a titolo di danno morale”, senza alcun effettivo e specifico aggancio a quanto al riguardo effettivamente allegato e provato, sia pure alla stregua di corrette presunzioni.

Piuttosto, un metodo che continui a rapportare tendenzialmente la liquidazione del pregiudizio in questione al danno anatomo-funzionale, oltre ad essere giustificato da quanto esposto circa i parametri di valutazione (e segnatamente dal rapporto tendenzialmente diretto con lentità oggettiva di quel danno), si presta a soddisfare –se congiunto ad una scala progressiva, preventivamente determinata, che postuli, sulla base di presunzioni semplici, percentuali in aumento crescenti al crescere del grado di invalidità- unesigenza tuttaltro che trascurabile e non necessariamente in contrasto, in linea di principio, con quanto affermato dalle sezioni unite: quella di assicurare una ragionevole prevedibilità della decisione, a sua volta funzionale sia ad ununiformità di trattamento di casi simili, sia alla deflazione del contenzioso (cfr. Cass. 24 gennaio 2000, n. 748; v. anche, ex aliis Cass. 28 agosto 2007, n. 18178; 11 gennaio 2007, n. 394 e altre).

Appare in tal senso condivisibile il sistema elaborato dall'Osservatorio per la giustizia civile di Milano allo scopo di adeguare al nuovo indirizzo giurisprudenziale le tabelle milanesi da tempo in uso in moltissimi uffici giudiziari (compreso il nostro) per la liquidazione del danno biologico, ma solo nella parte in cui propone di liquidare la parte di danno non patrimoniale riferibile alle sofferenze morali (se e in quanto –ovviamente- allegate e accertate) nei modi seguenti:

a) per quelle riferibili al periodo antecedente alla stabilizzazione delle lesioni, in rapporto al valore base del danno anatomo-funzionale per ciascun giorno di invalidità temporanea totale (rivalutato al 2009 nellimporto di € 70,56): e segnatamente in misura percentuale variabile tra un minimo del 25% e un massimo dell87%;

b) per quelle invece riferibili al tempo successivo alla stabilizzazione delle lesioni e quindi alle conseguenze invalidanti ed ai loro riflessi sulla sfera emotiva e interiore della vittima, in rapporto alla misura del danno da invalidità permanente e segnatamente in misura percentuale variabile: il 25% per esiti compresi tra l1 e il 9 per cento di invalidità (micropermanenti); il 26% per esiti invalidanti del 10%; una percentuale progressivamente aumentata di un punto corrispondentemente alla crescita di un punto dellinvalidità (27% per esiti dell11% e così via) fino alla percentuale massima del 50% per uninvalidità del 34% o superiori.

Ciò però con lavvertenza che si tratta di valori (quelli espressi nelle dette percentuali) che, come spiega la relazione accompagnatoria alle nuove tabelle milanesi, sono tratti dallandamento dei precedenti degli uffici giudiziari di quel distretto (a ben vedere sovrapponibili alle esperienze liquidatorie anche di molti altri uffici in tutto il territorio nazionale, considerata la detta notevolissima diffusione di quel metodo liquidatorio). Come tali soffrono dunque, inevitabilmente, dello stesso limite che, in grandissima maggioranza, presentavano sul punto i precedenti in materia: limite rappresentato da quellautomatismo liquidatorio cui le sentenze delle Sezioni unite hanno inteso porre fine. Lassunto, dunque, secondo cui quelle percentuali esprimono “valori medi corrispondenti a ipotesi di incidenza della lesione sul vissuto soggettivo in termini “standardizzabili” in quanto frequentemente ricorrenti” (così nella relazione dellOsservatorio) va accolto cum grano salis dal momento che, in larghissima maggioranza, quei precedenti, nel liquidare il danno morale sulla base di formule di stile, quasi mai in realtà si soffermavano a correlarne la liquidazione ad una effettiva e specifica valutazione di quella incidenza; né tanto meno distinguevano quale parte di quella liquidazione andasse riferita allimpatto emotivo negativo del fatto e/o dellevento lesivo e quale parte invece alleventuale sua proiezione nel tempo sullesistenza della vittima. A ben vedere quei precedenti esprimono semmai con certezza (solo) una tendenziale correlazione del quantum liquidato per danno morale con lentità delle lesioni e, in tal senso, nella prospettiva accolta, le percentuali che ne sono tratte per la liquidazione del pregiudizio morale legato agli esiti permanenti, possono considerarsi più che degli indici medi, dei valori tendenzialmente massimi da cui è possibile e anzi doveroso discostarsi, nella valutazione del caso concreto, più che in aumento (come resta comunque possibile in relazione a fattispecie particolarmente gravi e dunque in funzione personalizzante della liquidazione), in diminuzione, fino allazzeramento, in relazione a fattispecie di danno particolarmente tenui o nelle quali se ne possa presumere linsussistenza.

Per tal motivo non sembra, allo stato, opportuno seguire il sistema elaborato dallOsservatorio milanese laddove propone di incorporare in partenza dette percentuali (di aumento del tradizionale punto di danno biologico) nella commisurazione del valore del nuovo punto (denominato tout courtdi danno non patrimoniale”), ossia dellimporto base per la liquidazione del danno non patrimoniale unitariamente inteso, sia da invalidità temporanea che da invalidità permanente.

Lesigenza, rimarcata dalle pronunce delle sezioni unite, di rimodulare un sistema liquidatorio che anziché partire da vuote etichette e da indifferenziati automatismi per giungere al ristoro dei pregiudizi derivanti dalla lesione del diritto alla salute, segua il percorso inverso che, muovendo dalla attenta considerazione di detti pregiudizi nei limiti di quanto allegato e provato, giunga ad una liquidazione realmente ad essi corrispondente, porta a ritenere tuttora preferibile porre a base del calcolo un indice monetario riferibile alla sola compromissione funzionale tipica della lesione (ossia il vecchio valore del danno biologico, ad I.T. e da I.P., come in precedenza liquidato secondo il metodo del calcolo a punto variabile) e valorizzare quindi le sofferenze morali in funzione “personalizzante”, sia pure guidata (allo scopo di renderla prevedibile e uniforme) entro le percentuali “tendenzialmente” massime come sopra indicate.

11.4. – Indicazione delle tabelle applicate. Ciò detto, occorre precisare che, trattandosi di sinistro stradale verificatosi in data 26 febbraio 1992, in data anteriore dunque allentrata in vigore della legge n. 57/2001, ritiene questa Corte preferibile adottare, anche per la liquidazione del danno da invalidità micropermanente, le tabelle milanesi (nella versione precedente a quella sopra menzionata, sia pure secondo gli importi rivalutati al 2009), atteso che detta legge non ha efficacia retroattiva. Lart. 139 del codice delle assicurazioni, poi, nel confermare la predisposizione di una tabella unica nazionale, ha tuttavia previsto la diversa e corretta forma del decreto del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. Ne segue che le attuali tabelle ministeriali micropermanenti, in vigore, dovranno essere sostituite con un regolamento per decreto presidenziale, che tenga conto delle quattro componenti del danno biologico per lesioni di lieve entità, come definito dall'art. 139 del nuovo codice, comma 2, norma che non ha previsto la retroattività del nuovo regime (v., in motivazione, Cass. 11701/2009 cit.).

11.5. - Applicazione dei principi al caso concreto. Sulla scorta delle superiori considerazioni, può quindi passarsi alla descrizione, valutazione e liquidazione del danno alla persona di cui, nel caso in esame, è chiesto il risarcimento.

Giova anzitutto osservare che si tratta di danno non patrimoniale risarcibile nella sua più ampia accezione di “danno derivante dalla lesione di valori inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica” derivando il danno derivante da fatto astrattamene previsto dalla legge come reato (art. 185 c.p.), peraltro nella specie accertato positivamente e non in base a presunzioni.

Dalla relazione di c.t.u. medico legale in atti si desumono i seguenti rilievi e valutazioni, in sé rimasti sostanzialmente incontestati:

- in sede di ricovero ospedaliero immediatamente susseguente al sinistro, allodierno appellante, allora quindicenne, fu riscontrata una “lunga linea di frattura fronto-parietale sx con piccola falda di ematoma subdurale acuto fronto-temporale sinistra”;

- le lesioni determinarono una temporanea compromissione dell'integrità e dell'efficienza psicofisica del ricorrente per complessivi 77 gg. (dal 26/02/92, data del sinistro, al 13/05/92 momento della stabilizzazione clinica): periodo da intendersi composto da 20 gg di I.T.T. relativamente alla degenza ospedaliera dal 26/02 al 17/03/92, da 20 gg. di I.T.P. al 75% e da 37 gg. di I.T.P. (mediamente al 50%);

- durante la convalescenza si è registrata l'insorgenza di crisi epilettiche precoci di tipo Jacksoniano, prevedibili per la presenza del focolaio lacero-contuso in regione temporale sinistra (regione particolarmente "epilettogena") e perfettamente controllate dalla terapia e di significato "irritativo" in quanto in seguito scomparse e mai più ripresentatesi (come dimostra il fatto che dal 1997 il ricorrente non pratica più alcuna terapia specifica ed i numerosi EEG, l'ultimo dei quali appunto effettuato in tale data, mostrano soltanto modeste, aspecifiche alterazioni);

- il danneggiato ha quindi sviluppato un comportamento ed un atteggiamento di chiusura sociale e di autocommiserazione con disturbi quali cefalea e vertigini che si è dimostrato evidente al colloquio e all'approccio peritale (“condizione prevedibile –nota il consulente- considerato il tipo delle lesioni subite ed accentuato anche da un atteggiamento iperprotettivo della famiglia … con negazione di malattia che hanno impedito, negli anni, un approccio psicoterapeutico e riadattativo sicuramente necessario”).

Sulla base di dette emergenze lausiliario ha quindi descritto i seguenti esiti a carattere permanente: “disturbi del tono dell'umore con cefalee da inquadrarsi in una sindrome soggettiva del traumatizzato cranico quali esiti di valido trauma contusivo-fratturativo con piccolo focolaio lacero-contusivo fronto-temporale sinistro e secondarie crisi epilettiche jacksoniane acute non più recidivate in soggetto che non pratica alcuna terapia specifica”.

Ad essi ha attribuito una capacità invalidante espressa nella percentuale dell8% mediando tra i più diffusi bareme medico-legali e segnatamente valorizzando al riguardo la rilevata sindrome soggettiva del traumatizzato cronico.

A giustificazione di tale valutazione ha in particolare rilevato che il danneggiato “ha presentato crisi epilettiche la cui prognosi è notoriamente capricciosa ed imprevedibile non potendosi categoricamente escludere che queste, in futuro, possano ripresentarsi in considerazione della lesione organica temporale sinistra patita, e che il disturbo del tono dell'umore possa cronicizzarsi come d'altronde oggi appare verosimile”.

Lattore ha inoltre dedotto:

- di aver proseguito terapia con barbiturici fino al 1994, sostituita con Depamag dal 10.5.1996 fino al 16.7.1998 (circostanza in buona parte riscontrata da certificazione medica di struttura pubblica, prodotta nel fascicolo di parte sub all. 6);

- di essere stato costretto ad abbandonare lo sport “che con la pratica del karate gli aveva dato notevoli successi” (tale circostanza, però, contestata dalla controparte, sia pure nellambito di difese volte genericamente a negare la sussistenza e/o la gravità delle dedotte conseguenze pregiudizievoli tutte, non ha ricevuto alcuna conferma istruttoria);

- di essere stato dichiarato non atto alla prestazione del servizio militare in Marina e di essere stato dispensato dalla prestazione del servizio di leva in quanto riconosciuto idoneo al servizio ma “in possesso di minore indice di idoneità somato-funzionale e/o psico-attitudinale” (circostanze documentate: all. 7-11 del fascicolo di primo grado).

Oltre ad una indubbia sussistenza di un danno anatomo-funzionale (o danno biologico tradizionalmente inteso) -da liquidare, nei sensi predetti, secondo il prescelto metodo del calcolo a punto variabile e sulla base delle aggiornate tabelle di Milano- non pare dubitabile che dalle superiori emergenze possa trarsi la prova presuntiva anche dellesistenza di sofferenze morali.

Ciò anzitutto per il periodo immediatamente susseguente al sinistro e fino alla stabilizzazione delle lesioni (pregiudizio morale da invalidità temporanea), durante il quale una condizione di sofferenza morale del danneggiato può certamente apprezzarsi in ragione: a) delle modalità del sinistro e del presumibile spavento provato a causa del suo determinarsi; b) del grave trauma cranio-encefalico e della conseguente forte preoccupazione per la propria sopravvivenza e poi per le possibilità di recupero di una sufficiente validità psico-fisica; c) del fastidio nascente dalla necessità di sottoporsi a ricorrenti esami e cure.

Per il periodo successivo possono apprezzarsi quale causa di presumibile sofferenza morale la parziale riduzione dellautostima conseguente al giudizio di relativa inidoneità al servizio militare, nonché le condizioni (pure diagnosticate dal consulente tecnico dufficio) di minorata capacità di concentrazione e applicazione.

Non può invece considerarsi quale vera e propria sofferenza morale, nei sensi sopra illustrati, il rilevato “atteggiamento di chiusura sociale e di autocommiserazione” in quanto evidentemente assurto, secondo la valutazione del consulente medico-legale, a vera e propria condizione patologica (danno psichico) e come tale valorizzato nella ponderazione del pregiudizio (anatomo funzionale) da invalidità permanente.

Reputa dunque questo Collegio che, in mancanza di altre specifiche allegazioni e prove, mentre le sofferenze morali del primo tipo possono apprezzarsi secondo percentuali medie (commisurabili, dunque, allinterno del range predetto nella percentuale del 50% di quanto liquidato a titolo di danno biologico base da invalidità temporanea), quelle del secondo tipo vanno valutate in misura sensibilmente ridotta rispetto al limite massimo del 25% ipotizzato dalla tabella dellOsservatorio di Milano e segnatamente in misura non maggiore del 10% di quanto liquidato a titolo di danno anatomo funzionale da invalidità permanente.

11.6. – Liquidazione del danno. Sulla scorta di tali dati e in applicazione dei suesposti criteri, il “danno non patrimoniale da lesione della salute” patito dal S. può dunque così essere unitariamente e complessivamente liquidato (evidenziando che gli importi appresso indicati per le singole poste e il danno complessivamente commisurato, sono già fissati al netto della riduzione del 50% conseguente al ritenuto concorso del fatto colposo del danneggiato):

- pregiudizio anatomo-funzionale da invalidità temporanea totale (100%): giorni 20, per complessivi € 705,60 [=€ 70,56 x 100% x 20 x 50%];

- pregiudizio anatomo-funzionale da invalidità temporanea parziale (75%): giorni 20, per complessivi € 529,20 [=€ 70,56 x 75% x 20 x 50%];

- pregiudizio anatomo-funzionale da invalidità temporanea minima (50%): giorni 37, per complessivi € 652,68 [=€ 70,56 x 50% x 37 x 50%];

- pregiudizio anatomo-funzionale da invalidità permanente, nella misura di € 6.425,38 [= € 1.736,59 (valore del punto danno biologico Tabelle Milano riv. 2009 corrispondente ad una invalidità dell8%) x 8 (punti di invalidità) x 0,925 (demoltiplicatore in funzione delletà) x 50%];

- sofferenze morali subite nel periodo di primo impatto e fino alla stabilizzazione delle lesioni, per limporto di € 943,74 (pari al 50% di quanto complessivamente liquidato per pregiudizio anatomo-funzionale da invalidità temporanea);

- sofferenze morali legate ai postumi invalidanti, per limporto di € 642,54 (pari al 10% di quanto liquidato per pregiudizio anatomo-funzionale da invalidità permanente).

In definitiva, a titolo di danno non patrimoniale derivante dallevento lesivo descritto, deve liquidarsi in favore dellodierno appellante la complessiva somma di € 9.899,14.

11.7. - Lappellante non ha fornito prova dellesistenza di danni materiali conseguenti al sinistro, né di danni reddituali sofferti nel periodo di invalidità temporanea.

È da escludere l'esistenza di un danno reddituale derivante dai riferiti postumi invalidanti, trattandosi di c.d. micropermanente che, per consolidata affermazione giurisprudenziale, per definizione è incompatibile –salvo specifica prova contraria da parte del danneggiato, nella specie mancante- con la sussistenza di apprezzabili conseguenze dannose sulla capacità reddituale (v. ex multis Cass. 20 ottobre 2005, n. 20317; 17 maggio 2001, n. 6758; 15 ottobre 1997, n. 10114; 20 gennaio 1997, n. 535; 4 marzo 1995, n. 2515; 21 gennaio 1995, n. 699; 30 dicembre 1993, n. 13013).

11.8. – Le somme liquidate devono intendersi espresse in valuta attuale e quindi, benché espressive di crediti di valore, non richiedono di essere rivalutate (atteso che la rivalutazione risulta già operata nella determinazione dei valori punto posti a base del calcolo).

Non possono essere accordati interessi (c.d. compensativi) da ritardo, esigendo la relativa liquidazione (secondo preferibile orientamento: Cass. 21 maggio 2004, n. 9711) domanda espressa di parte, nella specie non formulata in primo grado ma per la prima volta, inammissibilmente, con latto dappello.

12. - Va in ultimo chiarito che la emittenda condanna va indirizzata dal lato passivo solo nei confronti del proprietario del mezzo investitore (ossia dellappellata contumace) e dellAssitalia S.p.a., quale impresa designata per il F.G.V.S., in solido tra essi, ma non della FIRS S.p.a. in l.c.a., dal momento che nei confronti del commissario liquidatore della società dassicurazioni posta in l.c.a. la sentenza ha -e non può che avere- valore di mero accertamento, persistendo invece l'improponibilità delle azioni individuali di condanna (Cass. 17 febbraio 2005, n. 3256; Cass. 27 febbraio 2004, n. 4000; Cass. 2 ottobre 2003, n. 14674; Cass. 29 ottobre 2001, n. 13404).

13. - Avuto riguardo alla solo parziale soccombenza equo appare compensare per metà tra le parti le spese di ambo i gradi di giudizio e condannare gli appellati, in solido, alla rifusione, in favore dellappellante, della restante metà, liquidata come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dAppello di Reggio Calabria, Sezione Civile, uditi i procuratori delle parti, nella contumacia –che dichiara- degli appellati Assitalia S.p.a. e G. T., definitivamente pronunciando nella causa iscritta al n. 750/05 R.G. A.C., sullappello proposto con atto di citazione notificato in data 11 novembre 2005, da S. F. contro la Firs Ass.ni s.p.a. in l.c.a., lAssitalia S.p.a., quale impresa designta per il F.G.V.S. e G. T., avverso la sentenza del Tribunale di Reggio Calabria n. 1335/04 del 4 ottobre 2004, così provvede:

1) accoglie lappello e, per leffetto, in riforma della sentenza impugnata:

a) dichiara lesclusiva responsabilità del conducente del furgone di proprietà dellappellata G. nella causazione del sinistro de quo e la tenutezza di questultima e della compagnia assicuratrice, al risarcimento dei danni, limitatamente alla quota del 50% stante il concorso, in pari misura percentuale, del fatto colposo del danneggiato, ai sensi dellart. 1227 comma 1 c.c.;

b) condanna conseguentemente LAssitalia S.p.a., quale impresa designata per il F.G.V.S., e G. T., in solido, al pagamento in favore dellappellante, per le causali esposte in parte motiva, della complessiva somma di 9.899,14;

2) compensa per metà, tra le parti, le spese di ambo i gradi di giudizio e condanna gli appellati, in solido, alla rifusione, in favore dellappellante, della restante parte liquidata: a) per il primo grado in complessivi € 740,00 (di cui € 40,00 per spese vive, € 300,00 per diritti, € 400,00 per onorario), oltre rimborso forfettario delle spese generali, I.V.A. e C.P.A.; b) per il secondo in complessivi € 1.305,16 (di cui € 45,16 per spese vive, € 360,00 per diritti, € 900,00 per onorario), oltre rimborso forfettario delle spese generali, I.V.A. e C.P.A.. Condanna altresì gli appellati, in solido, al rimborso, in favore dellappellante, di metà delle spese e dei compensi di c.t.u. liquidati in primo grado.

Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio della sezione civile della Corte dAppello, addì 19 novembre 2009.

IL CONSIGLIERE EST. IL PRESIDENTE

(dr. Emilio Iannello)

(dr.ssa Concettina Epifanio)

 

 
 
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